Nuovo articolo – Paleoclimi

Pubblichiamo qui la parte iniziale di un nuovo articolo che potete trovare in formato scaricabile nella sezione dedicata. 
Buona lettura.

Come e quando è cambiato il clima nel passato ?

Prima di procedere oltre nella trattazione di come è perché avvengono i cambiamenti climatici
(avevamo cominciato a parlare delle cause astronomiche), vediamo meglio di quali dati scientifici si
dispone relativamente ai climi del passato.
E’ il caso di ricordare prima in che modo i cambiamenti climatici hanno sempre condizionato
l’evoluzione geomorfologica.
Nei periodi glaciali, o comunque freddi e/o piovosi si verificano aumenti dei ghiacciai,
abbassamento del livello del mare (una maggior quantità d’acqua viene immobilizzata sui continenti
sotto forma di ghiaccio), maggiore sedimentazione entro gli alvei fluviali, con innalzamento dei
fondali, formazione di terrazzi nelle valli montane e in pianura momenti di temporanea pensilità dei
fiumi, con conseguente tendenza degli stessi a cambiare tracciato, avanzamenti della linea di costa,
più veloci incrementi dei delta. Per contro nei periodi caldi e/o siccitosi si producono scioglimento
dei ghiacciai, risalta del livello del mare, approfondimento degli alvei, incisione dei terrazzi nelle
valli montane e stabilizzazione dei tracciati fluviali in pianura, arretramenti della linea di costa,
minori incrementi dei delta o loro erosione.
E’ ormai assodato che la Terra ha attraversato vari periodi glaciali, non solo negli ultimi 50 milioni
di anni, ma anche assai prima: nell’Archeozoico (oltre 800 milioni di anni fa), poi fra l’Ordoviciano
e il Siluriano (470-430 mil), fra il Carbonifero e il Permiano (330-270 mil), fra il Giurassico e il
Cretacico (170-120 mil).
Come si fa dunque a capire com’era in clima in una determinata epoca, a riconoscere cioè un
“paleoclima”?
Per lo più lo si fa in maniera indiretta, sia facendo ricorso alle già dette tendenze evolutive
geomorfologiche sia, soprattutto, cercando di interpretare i singoli ambienti, e in particolare la flora
e la fauna, con attenzione a quelle specie che sono caratteristiche di climi freddi o caldi. Per
riconoscere i paleoambienti sono dunque necessari studi di geologia, geomorfologia, paleontologia,
micropaleontologia, palinologia ecc., poi è necessario datare gli ambienti con un qualche sistema,
relativo oppure assoluto (C14). Utilissimi a questo proposito sono le serie continue di sedimenti
continentali, lacustri o marini, gli anelli delle piante, i coralli. Un altro metodo, più diretto, che
recentemente ha fornito risultati molto buoni è stato lo studio di carotaggi di ghiaccio. I campioni di
ghiaccio, inglobando parte dell’atmosfera dell’epoca, possono infatti fornire informazioni anche
sulla sua composizione, in particolare sulla quantità di “gas serra” presenti, anche in assenza
dell’impatto antropico. I carotaggi eseguiti in Antartide e in Groenlandia hanno permesso di
ricostruire i paleoclimi dell’ultimo mezzo milione d’anni, e di riconoscere almeno quattro cicli
maggiori, con escursioni termiche notevoli ma sempre contenute entro limiti ben definiti e
pressoché costanti. In ogni ciclo il raffreddamento è stato lento, spesso irregolare, mentre il
passaggio al successivo interglaciale è stato relativamente veloce (10.000 anni al massimo), con
immediato raggiungimento del limite superiore di temperatura (con un aumento, in Antartide, di
circa 10° C). I cicli si susseguono quindi secondo curve asimmetriche, come se dopo un
raffreddamento graduale scattasse un termostato che riporta in alto la temperatura. […]

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